Il 4 giugno, agli sgoccioli dell’anno scolastico, è stato approvato in Senato il disegno di legge
proposto dal ministro dell’istruzione Valditara, adesso L.104/2026 recante “Disposizioni in
materia di consenso informato in ambito scolastico”.
La legge, come sappiamo, obbliga nelle scuole secondarie a richiedere il consenso
informato delle famiglie e a fornire alle stesse il materiale didattico che si intende usare per
qualsiasi attività che riguardi “ temi attinenti all’ambito della sessualità”.
Nella scuola dell’infanzia e primaria, come recita l’ultimo comma, queste attività sono del
tutto vietate.
Quella che abbiamo davanti non è certo una novità rispetto allo status di cittadinanza che la
sessualità ha in classe. Nella scuola delle società post-industriali il soggetto che apprende
(non a caso al maschile) è sempre un soggetto neutro e asessuato, la cui dimensione
corporea è rigidamente sottomessa a quella intellettuale e contenuta nello spazio del banco.
Quello che però fa questa legge non è solo continuare a negare alla sessualità uno spazio
legittimo all’interno della scuola, ma la rende esplicitamente illegale.
Un’operazione del genere porta con sé diverse contraddizioni apparenti, che in realtà
nascondono un progetto politico preciso.
Rendere illegale l’educazione sessuale nella scuola dell’infanzia e nella primaria, e rendere
sempre più difficile che percorsi del genere possano svolgersi nella scuola secondaria, non
significa eliminare la sessualità dalla scuola. Significa coprirsi gli occhi e relegarla al
sottobanco, negandole le parole per poterla esprimere, pensarla, esserne consapevoli: le
parole che servono per fare delle scelte e per non subirle.
In una nota pubblicata sul sito del Ministero Valditara ha commentato che la legge servirà a
tutelare “i bambini dalla confusione della propaganda gender”.
E qui appare la prima contraddizione: vietare l’educazione sessuale, come abbiamo visto,
non è affatto un’azione di tutela per le persone piccole. Soprattutto perché fare educazione
sessuale all’infanzia e alla primaria non vuol dire parlare strettamente di atti sessuali: vuol
dire consegnare strumenti per vivere le relazioni con le altre persone, per conoscere il
proprio corpo, per ascoltarsi, scoprire le proprie emozioni e i propri confini, per imparare a
negoziare il consenso.
Ma tale contraddizione viene risolta nel nome della crociata contro la “propaganda gender”, il
grande nemico costruito ad hoc dalla destra del conservatorismo religioso e abbracciato
dalle destre per poter portare avanti la propria agenda politica.
Nel suo ultimo libro, “Chi ha paura del Gender?”, lə filosofə statunitense Judith Butler lo
spiega chiaramente: le destre in tutto il mondo stanno invocando il pericolo “gender” per
strappare diritti per cui si sta ancora lottando (come quello dell’educazione sessuale in Italia)
o che sono stati faticosamente conquistati.
La seconda contraddizione portata avanti dal ministro è il divieto dell’educazione sessuale
mentre, a suo dire, “il governo per la prima volta ha reso stabilmente obbligatoria in tutti i
gradi di scuola l’educazione al rispetto, alle relazioni e alla empatia”.
Innanzitutto, quello che è stato fatto dal governo è stato emanare delle linee guida per
l’educazione al rispetto destinate alla scuola secondaria di secondo grado, delegando alle
scuole e alla loro autonomia la scelta di portarle avanti o meno.
Il progetto politico che si cela dietro la L.104/2026 risulta così nitido nella sua coerenza
interna: si tratta di autorizzare una educazione alle relazioni deliberatamente depotenziata,
moralizzata, astratta, depurata da tutto ciò che la rende trasformativa: i corpi, il piacere, il
consenso, gli stereotipi di genere, l’orientamento sessuale, l’identità, la violenza e il potere.
Una vecchia mossa delle politiche conservatrici: assumere il lessico dei diritti e neutralizzarlo
svuotandolo dall’interno.
Ciò che rimane, orfano di queste dimensioni, è una scatola vuota dentro cui continuare a
ingabbiare i corpi che attraversano la scuola, per riprodurre le attuali gerarchie di genere. Le
stesse gerarchie che sono alla base degli insulto omofobici, delle aggressioni alle persone
trans*, della violenza maschile contro le donne.
Il progetto politico che c’è dietro alla L.104/2026 diventa allora chiaro: l’erosione dei diritti, il
disciplinamento dei corpi e delle identità, il consolidamento di quei presupposti culturali che
legittimano la violenza di genere, e permettono al patriarcato, tutt’altro che morto, di
rimanere saldo nel suo potere.
Da settembre, quando le linee guida ministeriali incontreranno la realtà concreta delle classi,
si vedrà quanto spazio resterà davvero all’educazione sessuo-affettiva: sarà lì, tra i banchi e
i moduli di consenso da far firmare alle famiglie, che si giocherà la partita vera, ed è lì che
dovremo essere presenti, come associazioni e come corpo insegnante, per difendere ogni
spiraglio di parola libera sui corpi, le relazioni e il desiderio.
Questo testo è stato sviluppato nell’ambito di “Youth For Love”, progetto di ActionAid giunto alla sua terza edizione e sostenuto con i fondi Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
