Il nuovo decreto “Cortei”, appena approvato dal governo Meloni, tra le varie misure repressive introdotte, estende anche il fermo preventivo alle persone minorenni e introduce ulteriori ed ingiustificabili misure punitive contro chi manifesta. È l’ennesima misura che si aggiunge a quelle già previste dai numerosi altri “decreti sicurezza” che si sono susseguiti ininterrottamente dal 2022 ad oggi. Una stretta repressiva e antidemocratica che delinea ancora una volta la scelta della destra, in Italia come in numerosi altri paesi, di sopprimere il conflitto sociale, in particolare quello espresso dalle persone più giovani: non comprenderne le ragioni, ma impedirne le manifestazioni con il ricorso a strumenti straordinari e da stato di eccezione.

La partecipazione politica delle nuove generazioni, il rifiuto della guerra e le questioni sociali che essa pone vengono affrontate solo come questione di ordine pubblico, ricorrendo sempre più alla criminalizzazione, al carcere e alla militarizzazione degli spazi pubblici. Intanto in Italia, come in tutta Europa – dalla Francia, alla Spagna, dall’Albania alla Grecia – migliaia di ragazz3 attraversano le piazze, occupano scuole, organizzano assemblee e contestano le condizioni materiali e politiche del nostro presente.

Le loro rivendicazioni riguardano il carovita, il diritto all’abitare, le disuguaglianze, il razzismo, la precarietà, l’impoverimento della scuola pubblica, le guerre e la restrizione degli spazi di autodeterminazione, l’educazione sessuo-affettiva. Non sono questioni separate, ma espressioni di una stessa idea di società: un modello fondato su diseguaglianze sempre più forti, che limita le libertà individuali e collettive e rende sempre più diseguale l’accesso alla casa, al lavoro, alla formazione e alla possibilità di costruire una vita autonoma. Il capitalismo guerrafondaio contemporaneo produce ostacoli strutturali e poi li presenta come fallimenti personali, provocando disastri ambientali e sociali di cui a pagarne per prime le conseguenze sono proprio le nuove generazioni.

Il razzismo di Stato è parte di questo stesso sistema. Il decreto Valditara che introduce il tetto del 30% per studenti stranier3 ne offre l’esempio più concreto e recente: anziché intervenire sulle disuguaglianze e investire nell’inclusione, il governo trasforma la presenza e l’origine di alcune persone in un “problema” da ghettizzare ulteriormente, sventolando come obiettivo finale la parola d’ordine della “remigrazione”. Non è quindi casuale che nelle mobilitazioni emergano e siano protagonisti sempre più giovani con background migratorio e persone razzializzate, che rivendicano piena appartenenza a una società che continua a lasciarle ai margini. E non è un caso che il  conflitto esploda soprattutto nei grandi centri urbani del Nord, dove più alti e sedimentati negli anni sono i confini di classe e razziali.

La voglia di riscatto, la volontà di non accettare un futuro di povertà, sfruttamento e marginalizzazione nasce anche dalla distanza sempre maggiore tra aspettative continuamente sollecitate e possibilità concrete. Le mobilitazioni di queste settimane mostrano il tentativo di trasformare questa frustrazione spesso isolata ed individuale in conflitto collettivo, anche attraverso forme spontanee e contraddittorie. La rabbia non è di per sé un progetto di trasformazione, ma può diventarlo se viene riconosciuta come un sentimento legittimo, se incontra spazi di partecipazione, relazioni e possibilità di organizzazione collettiva.

Alle persone giovani si chiede di partecipare e prendere parola solo nei luoghi e nelle forme stabilite dagli adulti. In altre parole, si sopporta la loro voce, senza poi neanche veramente ascoltarla, e comunque solo quando non mette in discussione l’ordine costituito. 

Le dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara rendono esplicita questa impostazione. Dopo le proteste davanti al Ministero, ha parlato di «teppismo politico» e di «populismo demagogico». Sono dichiarazioni gravissime per le quali il ministro Valditara dovrebbe dimettersi: un ministro che considera la partecipazione studentesca come devianza e minaccia all’ordine pubblico si colloca lui su un piano eversivo rispetto a quanto previsto nella nostra Costituzione, oltre che confermarsi paladino delle disuguaglianze che attraversano la scuola e il Paese.

Questa stessa logica emerge nella costante campagna diffamatoria del Governo Meloni contro l’educazione sessuo-affettiva. Non è una questione separata: educare all’autodeterminazione significa fornire strumenti per riconoscere i rapporti di potere, comprendere le disuguaglianze, esercitare il consenso e il dissenso, contrastare discriminazioni e sopraffazioni. Significa riconoscere bambin3 e adolescenti come soggetti di diritto, capaci di sviluppare un pensiero autonomo e di mettere in discussione l’ordine esistente. È precisamente questa possibilità che una scuola fondata sull’obbedienza, sulla disciplina e sul controllo tende a restringere.

Il fatto politico più importante di queste settimane è il protagonismo di migliaia di giovani che stanno mettendo in discussione le condizioni del proprio futuro, anche attraverso forme di mobilitazione inedite in Italia, ma già emerse altrove in Europa. 

Davanti a questo, dove siamo come persone adulte? Non basta giudicare e solidarizzare con chi protesta, né chiedere alle nuove generazioni di assumersi da sole il peso di cambiare una società che abbiamo contribuito a costruire. Le loro rivendicazioni riguardano anche noi, famiglie e docenti in primis: il carovita, la precarietà, la possibilità di vivere dignitosamente, la libertà di insegnamento, il diritto alla scuola pubblica, il contrasto al razzismo, al classismo e alle molteplici forme di violenza, compresa quella economica.

La questione non è proteggere una generazione che protesta, né insegnarle come si dovrebbe protestare. È riconoscere che quelle contraddizioni attraversano anche le nostre vite, ci riguardano e ci chiamano a una responsabilità politica. Significa mettere a disposizione spazi, competenze, relazioni, anche i propri corpi come fatto da tante persone  insegnanti nei cortei in Francia come in Italia. senza pretendere di rappresentare chi oggi prende parola autonomamente. Significa prendere parte e supportare, difendere nelle scuole e nei territori gli spazi di partecipazione e autodeterminazione, costruire alleanze tra studenti, insegnanti, famiglie e realtà sociali. 

Non sappiamo se quanto si muove dal basso in tutto il paese produrrà nuove forme di organizzazione o se si esaurirà in esplosioni episodiche. Ma sappiamo che le condizioni che la generano non potranno mai essere cancellate dall’ennesimo decreto sicurezza.

Come Educare alle Differenze, non vogliamo restare a guardare, aspettando che siano le nuove generazioni a cambiare le cose anche per noi: vogliamo essere parte delle mobilitazioni, stare nelle piazze, portare anche le nostre rivendicazioni. Non per guidare le lotte delle persone più giovani, ma per unirsi a loro: perché il cambiamento non può essere una responsabilità che affidiamo solo alle nuove generazioni: deve diventare una lotta che attraversa tutt3 noi.

Sognare il futuro a voce alta: al fianco delle lotte studentesche.