Mercoledì 13 maggio abbiamo partecipato all’evento «Convenzione di Istanbul, a che punto siamo?», organizzato dal gruppo di lavoro della società civile per il rapporto GREVIO (Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa), coordinato da D.i.Re.
Come Educare, e in particolare con SCOSSE, Progetto Alice e COSPE, tre delle associazioni della rete, abbiamo lavorato alla stesura del rapporto italiano del GREVIO. Nel rapporto venivano messi in evidenza diversi limiti del sistema scolastico italiano rispetto all’attuazione dell’articolo 14 della Convenzione, riguardante il contrasto alla violenza di genere attraverso l’educazione. In particolare, si sottolineava la mancanza di finanziamenti destinati alla prevenzione primaria, finanziamenti stanziati dalla L. 199/2013 (cosiddetta “legge sul femminicidio”) i cui fondi sono stati ridotti nel 2023 del 70% dall’attuale governo; la mancanza di un approccio sistemico alla prevenzione, in uno dei pochi paesi europei in cui non c’è una legge sull’educazione sessuale nelle scuole; la mancanza di una revisione dei curricoli scolastici nella direzione del superamento degli stereotipi legati all’identità di genere, all’orientamento sessuale, all’etnia, alle abilità; la mancanza completa di misure per prevenire le discriminazioni verso le persone LGBTQIA+.
In questo quadro a tinte fosche, il rapporto raccomandava, tra le altre cose, l’introduzione di un’educazione completa e sistematica contro gli stereotipi di genere e l’istituzione dell’educazione sessuale a scuola, con un approccio “transfemminista e con un focus sul consenso” (p. 32).
Dalla pubblicazione del rapporto, nel 2024, la situazione è cambiata profondamente.
La revisione dei programmi è stata effettivamente fatta, prima con le Nuove Indicazioni Nazionali per il Primo Ciclo nella primavera del 2025 e con la recente pubblicazione delle bozze delle Nuove Indicazioni Nazionali per i Licei. Una revisione che però non modifica l’universalismo maschile nel linguaggio, negli autori e nelle figure rappresentate che segnalava il rapporto, ma che anzi fa di tutto per rafforzarlo. Non solo. Nella prima versione delle Indicazioni destinate al Primo Ciclo, si scriveva che la violenza di genere è “una triste patologia”, e che bambine e bambini devono imparare “a capirsi nella complementarietà delle rispettive differenze”. Due concetti estremamente pericolosi: il primo perché ignora totalmente la natura sistematica e strutturale della violenza di genere, rendendola un’aberrazione episodica, e dunque che non si può né combattere né prevenire con l’educazione. Il secondo perché fa riferimento a una complementarietà dei sessi che naturalizza ed essenzializza le differenze, anche qui sottraendole alla costruzione culturale e dunque rendendole astoriche e difficili da decostruire.
Anche una legge sull’educazione sessuo-affettiva è stata effettivamente presentata in parlamento: quella per vietarla nella scuola dell’infanzia e primaria, e per chiedere il consenso informato delle famiglie nella scuola secondaria di primo e secondo grado.
Un disegno di legge che va totalmente in contrasto con quanto afferma la convenzione di Istanbul, che esorta a fare educazione al genere ad ogni età e in ogni livello scolastico. Quello che il cosiddetto ddl Valditara sta facendo è pericoloso su vari livelli. La sua approvazione porterà infatti a rendere sempre più difficile per le scuole realizzare percorsi di educazione sessuo-affettiva, rischiando di scoraggiare anche le realtà che da anni si impegnano – spesso con fatica e in maniera isolata – nel portarle avanti. Inoltre, l’applicazione del consenso informato preventivo da parte delle famiglie amplierà la forbice delle disuguaglianze, rendendo quello che dovrebbe essere un diritto per tuttə una scelta a discrezione delle famiglie.
A un livello più profondo, quello che fa il disegno di legge Valditara è creare un clima del sospetto rispetto all’educazione sessuo-affettiva. Uno strumento che da anni è riconosciuto come fondamentale per realizzare una piena cittadinanza sessuale, per aprire possibilità di esplorazione positive e consapevoli verso la sessualità, per prevenire le violenze di genere, viene raccontato come qualcosa di pericoloso, perverso, nocivo per la vita delle persone giovani. Spaventa le famiglie, censura e irrigidisce le persone insegnanti, cancella parole, rendendole tabù. Un clima che fa fare molti passi indietro all’Italia nell’applicazione della Convenzione di Istanbul.
Il 13 maggio, nell’evento organizzato dal gruppo GREVIO, ne abbiamo parlato con Chiara Sità, professoressa di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università di Verona.
Le abbiamo chiesto, in questo quadro, cosa resta fuori dalla fotografia, cosa non stiamo vedendo.
Ci ha risposto che a rimanere fuori è sicuramente l’infanzia: sono ancora troppo poche le iniziative di educazione al genere e alla sessualità che vengono portate avanti nei contesti educativi per la prima infanzia, sia per le persone bambine che per il personale educativo che vi lavora. Eppure, le ricerche internazionali e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ribadiscono l’importanza di affrontare queste tematiche sin dalla più tenera età, proprio per
offrire la possibilità di riconoscere l’agio e il disagio, di nominare le emozioni, di esplorare la relazione con il proprio corpo e con quello dell’altrə . Un altro punto che rimane fuori riguarda la narrazione delle famiglie come portatrici di interessi diversi da quelli della scuola, in un discorso che costruisce un conflitto distorto, usando strumenti come il consenso informato o i patti di corresponsabilità per mettere famiglie e scuola in contrasto e competizione.
Infine, resta fuori la matrice patriarcale che si annida alla radice delle varie forme di violenza di genere: la violenza maschile contro le donne, la violenza omolesbobitransfobica, la violenza della normatività del genere. Una matrice che ci ricorda come le violenze di genere abbiano una funzione precisa: quella di sanzionare le espressioni, i comportamenti, le identità che deviano dalla norma binaria, cis ed eterosessista. Queste sanzioni, nelle scuole, prendono la forma delle microaggressioni, del bullismo omolesbobitransfobico, delle molestie. L’educazione sessuale olistica (CSE) lavora anche in questa direzione, diventando, come dimostrano gli studi, un importante strumento preventivo, attraverso un lavoro che coinvolge non solo le persone studenti, ma il personale educativo e le famiglie.
Chiara Sità ci ha ricordato come l’educazione e la prevenzione possono avere senso solo dentro scuole che si interrogano come sistemi, attraverso l’intervento di persone esperte ma anche attraverso un profondo lavoro culturale che metta il contrasto e la prevenzione delle violenze di genere al centro degli obiettivi educativi delle scuole, a partire dal loro esplicito inserimento nel piano dell’offerta formativa.
Questo testo è stato realizzato nell’ambito della terza edizione del progetto “Youth For Love” di
ActionAid, progetto sostenuto con i fondi Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
